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Sto provando a lavorare dentro un Meta Quest 2: primo esperimento di Leonardvs OS

Sto usando un Meta Quest 2 come interfaccia portabile per Leonardvs OS: PC Windows a casa, Horizon Link, SideQuest, Tailscale, hotspot e schermi virtuali ovunque. Funziona quasi. Il problema vero? Tastiera e passthrough.

8 minProof level · Esperimento
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Meta Quest 2 come ufficio virtuale per Leonardvs OS.
Meta Quest 2 come ufficio virtuale per Leonardvs OS.

Sto provando a lavorare dentro un Meta Quest 2: primo esperimento di Leonardvs OS

Da un po’ sto facendo una cosa abbastanza nerd, abbastanza scomoda, ma anche pericolosamente promettente: sto provando a lavorare dentro un Meta Quest 2.

Non “giocare in VR ogni tanto”.

Non “guardare Netflix su uno schermo gigante”.

Intendo proprio lavorare.

PC Windows acceso a casa, visore in testa, ambiente virtuale davanti agli occhi, schermi ovunque, connessione via Wi-Fi, Horizon Link, SideQuest, Tailscale, hotspot del telefono se sono fuori.

Risultato: se tutto gira come deve, io sono tecnicamente “a casa” anche quando non sono a casa.

E questa cosa mi sta facendo pensare parecchio.

Perché non è solo una questione di VR. È una questione di spazio. Ed è uno dei primi esperimenti concreti dentro quello che sto iniziando a chiamare Leonardvs OS.

Cos’è Leonardvs OS

Leonardvs OS non è un sistema operativo nel senso classico.

Non è Linux, non è Windows, non è macOS, non è una distro custom da installare alle tre di notte mentre ti chiedi dove hai sbagliato nella vita.

È il mio sistema operativo personale.

Il modo in cui sto cercando di collegare lavoro, contenuti, AI agent, automazioni, note, community, live, strumenti e setup fisico dentro un unico flusso.

TheVan.dev è il laboratorio pubblico.

Leonardvs OS è il sistema che sto costruendo dentro quel laboratorio.

Il Quest 2, in questo scenario, non è “il visore VR”. È una possibile interfaccia. Un modo per entrare nel sistema invece di limitarmi a guardarlo da un monitor.

Voglio un cyberpunk workspace, sì

Partiamo dalla verità meno elegante: una parte di me lo fa perché è figo.

C’è qualcosa di stupidamente potente nell’indossare un visore e trovarti dentro una specie di cabina di comando. Finestre nello spazio, monitor virtuali, desktop remoto, strumenti aperti intorno a te.

È quel tipo di immaginario cyberpunk che da ragazzino guardi nei film e pensi: “ok, un giorno voglio lavorare così”.

Poi quel giorno arriva e scopri che la tastiera virtuale ti fa venire voglia di lanciare tutto dalla finestra.

Però il punto rimane.

A me interessa capire se un ambiente in mixed reality può portarmi in uno stato di lavoro più avanzato. Non per magia. Non perché “il metaverso cambierà tutto”, frase che mi fa sanguinare leggermente gli occhi.

Mi interessa perché lo spazio fisico limita il lavoro più di quanto ci raccontiamo.

Hai una scrivania. Hai uno o due monitor. Hai cavi. Hai una stanza. Hai un portatile da portarti dietro. Hai il solito compromesso tra mobilità e potenza.

Con il Quest, almeno in teoria, quel compromesso cambia.

Il PC resta a casa. Io me lo porto addosso

La parte più interessante del setup non è il visore in sé.

È l’idea che il mio PC possa restare acceso a casa e diventare una macchina sempre disponibile.

Se ho il Quest con me, posso collegarmi. Se ho una connessione decente, posso lavorare. Se sono fuori, posso usare l’hotspot del telefono. Con Tailscale mi porto dietro la VPN verso casa. Con SideQuest posso caricare quello che mi serve. Con Horizon Link uso il PC Windows dentro l’ambiente virtuale.

È un po’ assurdo da dire, ma il risultato pratico è questo: non devo più portarmi dietro per forza un portatile.

O almeno, questa è la direzione.

Per le live il discorso è diverso. Lì ci sono altre esigenze, altre latenze, altre complessità, altri pezzi di setup. Ma per lavoro, scrittura, ricerca, gestione, appunti, organizzazione, sviluppo leggero o controllo remoto, la cosa inizia ad avere senso.

E questa è la parte che mi ha acceso la lampadina.

Perché un conto è avere un visore VR. Un altro è avere un ufficio portabile.

Schermi ovunque cambia il modo in cui pensi

La prima cosa che senti lavorando così è lo spazio.

Non sei più incastrato dentro il rettangolo del monitor. Puoi mettere finestre attorno a te. Una davanti, una di lato, una sopra, una più grande, una più piccola.

Sembra una banalità finché non lo provi.

Il browser può stare lì. Gli appunti possono stare a sinistra. La documentazione può stare enorme davanti. Le chat possono stare in una zona separata, abbastanza vicine da essere raggiungibili, abbastanza lontane da non comandare loro il flusso.

È diverso da avere “tante finestre aperte”.

È più simile ad avere una stanza fatta di contesti.

Il cervello si orienta nello spazio. Ricorda dove hai messo le cose. Ti muovi con la testa, con le mani, con lo sguardo. Non è solo multitasking. È una specie di scrivania mentale espansa.

E sì, è anche figo.

Ma non è solo figo.

Per me, che vivo costantemente tra contenuti, codice, automazioni, note, chat, idee, esperimenti, Discord, Telegram, Notion, Obsidian e caos assortito, avere più spazio non è un vezzo. È ossigeno.

Il problema dei monitor fisici è che prima o poi finiscono.

Qui no.

Qui il limite diventa quanto riesci a sostenere il setup, non quanti pollici hai sulla scrivania.

La produttività c’è, ma devi guadagnartela

Non voglio venderla come una cosa già perfetta.

Non lo è.

Ci sono momenti in cui ti senti davvero più produttivo. Hai tutto sotto mano, tutto grande, tutto separato. Il rumore del mondo fisico si abbassa. Il lavoro diventa più immersivo.

Poi però basta un attrito stupido e l’incantesimo si rompe.

Una finestra che non prende bene il focus. Un input più lento del previsto. Una tastiera scomoda. Un gesto che devi ripetere. Un testo non perfettamente leggibile. Il passthrough del Quest 2 che fa il suo, ma non abbastanza da sembrare davvero naturale.

E lì capisci una cosa: per lavorare in VR non basta che una cosa sia possibile.

Deve essere fluida.

Questa è la differenza tra “esperimento interessante” e “strumento quotidiano”.

Io posso anche accettare un po’ di frizione perché sono curioso, nerd e abbastanza testardo. Ma se ogni microazione costa più energia del normale, dopo un po’ torni al monitor fisico. Non perché sia più futuristico, ma perché è più veloce.

Il futuro perde contro la comodità molto più spesso di quanto ci piaccia ammettere.

Il vero boss finale è la tastiera

La mancanza di tastiera fisica è il problema più grosso.

Il tracking delle mani mi sembra valido, soprattutto come sostituto del mouse. Non dico che sia già perfetto, ma lì sento che è anche una questione di abitudine. Devi cambiare gesto, cambiare ritmo, smettere di cercare il puntatore classico come un animale domestico smarrito.

Con la tastiera invece è diverso.

Scrivere senza feedback fisico è dura.

E lavorare significa scrivere. Tanto.

Scrivi messaggi. Scrivi codice. Scrivi prompt. Scrivi note. Scrivi titoli. Scrivi comandi. Scrivi URL. Scrivi pezzi di articolo e poi li cancelli perché fanno schifo. Scrivi ancora.

La tastiera virtuale va bene per sopravvivere. Non per vivere lì dentro.

Il feedback fisico conta. La memoria muscolare conta. Il fatto di non dover guardare dove sono i tasti conta. La velocità con cui correggi un errore conta.

È una di quelle cose che dai per scontate finché sparisce.

Quindi sì, l’ambiente virtuale può anche essere meraviglioso. Ma se non risolvo la tastiera, rimane un laboratorio. Non diventa ancora una postazione vera.

Il mouse forse può morire. Forse.

Sul mouse sono più possibilista.

Mi manca, ma non nello stesso modo.

Il tracking delle mani ha già senso per molte interazioni. Puntare, selezionare, spostare finestre, cliccare elementi grandi, muoversi nello spazio. Non è ancora la stessa cosa di un mouse fisico, soprattutto quando serve precisione fine, ma riesco a immaginare di abituarmici.

Anzi, forse è proprio lì che la VR può cambiare un’abitudine.

Il mouse nasce per un piano 2D. La mixed reality invece è uno spazio.

Continuare a pretendere che tutto funzioni come su una scrivania classica forse è il modo sbagliato di valutarla.

Magari il mouse non va sostituito uno a uno. Magari va superato.

Non oggi, non sempre, non per tutto. Ma per alcune cose sì.

La tastiera invece no. Almeno per me, per ora, resta sacra.

Il Quest 2 basta per vedere il futuro, non per viverci comodo

Il Quest 2 mi sta dando una risposta abbastanza chiara: il concetto funziona.

Non perfettamente, ma funziona.

È già abbastanza buono da farmi capire che questo tipo di setup può diventare parte seria del mio workflow. Non una cosa da usare una volta ogni due settimane per dire “wow”. Una vera modalità di lavoro.

Però si sente che il Quest 2 è un punto di partenza.

Il passthrough è il limite principale. Se vuoi lavorare in mixed reality, vedere bene il mondo attorno a te non è un extra. È una parte del sistema.

Devi poter guardare una tastiera fisica. Devi poter prendere un bicchiere senza fare una quest secondaria. Devi poter controllare l’ambiente reale senza togliere il visore ogni due minuti. Devi sentire che il confine tra stanza fisica e spazio virtuale è abbastanza morbido.

Qui nasce l’idea dell’upgrade.

Se trovo il budget, intorno ai 600 euro, il Quest 3S diventa interessante soprattutto per questo: passthrough migliore.

Non mi interessa solo “avere un visore più nuovo”. Mi interessa ridurre la frizione.

Più leggibilità. Più comfort. Più naturalezza. Meno sensazione di indossare un prototipo del futuro. Più sensazione di stare usando uno strumento da lavoro.

Perché se il visore deve diventare ufficio, non deve stupirmi ogni cinque minuti.

Deve sparire.

Il Quest come interfaccia di Leonardvs OS

Più ci penso, più mi sembra coerente con quello che sto costruendo.

TheVan.dev non è solo un sito o un contenitore di articoli. Almeno, non voglio che sia quello.

Voglio che sia un laboratorio.

Un posto dove provo setup, strumenti, agenti AI, automazioni, workflow da creator, sviluppo software, contenuti, streaming, roba strana che magari non è ancora mainstream ma potrebbe diventare utile.

Leonardvs OS è il nome che do al sistema dietro tutto questo.

Il Quest 2 rientra perfettamente nella categoria: non è “consiglio a tutti di buttare il monitor e vivere in VR”. Assolutamente no.

È più: sto testando se posso costruirmi un cockpit personale.

Uno spazio da cui lavorare, creare, programmare, scrivere, controllare sistemi, gestire contenuti e magari un giorno fare tutto questo senza dipendere da una scrivania precisa.

C’è qualcosa di potente in questa idea.

Il mio computer rimane a casa. Il mio ambiente mi segue. Il mio ufficio non è più una stanza. È una configurazione.

Il verdetto per ora

Per ora il Quest 2 non è ancora il mio ufficio definitivo.

Però è la prima volta che ci credo davvero.

La parte spaziale funziona. Avere schermi ovunque funziona. L’idea del PC sempre accessibile funziona. Tailscale più hotspot più visore crea uno scenario quasi ridicolo, ma molto concreto: sono in giro, mi collego, e rientro nel mio ambiente.

I problemi sono chiari:

  • tastiera fisica quasi obbligatoria;
  • input ancora da rendere naturale;
  • passthrough del Quest 2 non abbastanza buono per una mixed reality veramente comoda;
  • comfort dell’headset migliorabile;
  • setup ancora un po’ da smanettoni.

Ma la direzione è giusta.

E questa è la cosa che mi interessa di più.

Non siamo ancora al punto in cui posso dire: “sì, da domani lavoro solo così”.

Siamo al punto più interessante: “questa cosa non è ancora pronta, ma è abbastanza pronta da farmi voler sistemare gli ultimi pezzi”.

Di solito è lì che iniziano gli esperimenti migliori.

La domanda che mi resta

La domanda non è più “si può lavorare in VR?”.

Sì, si può.

La domanda è: quanto attrito sono disposto ad accettare per avere uno spazio di lavoro portabile, espanso e sempre disponibile?

E soprattutto: quanto velocemente sparirà quell’attrito nei prossimi anni?

Perché se basta migliorare passthrough, comfort e input, allora il discorso cambia parecchio.

A quel punto il futuro del lavoro remoto non è solo il portatile più sottile, il monitor più grande o la scrivania più ordinata.

Potrebbe essere uno spazio personale che ti porti addosso.

Un ufficio che non esiste finché non lo indossi.

E sì, detta così sembra cyberpunk.

Ma stavolta non sembra solo estetica.

Sembra quasi pratico.